lunedì, 16 novembre 2009
Crimini sessuali nella Chiesa Cattolica

Mise en space
costruita in parte come vera e propria reading, lo spettacolo offre al pubblico una raccolta di testi attentamente documentati sul tema dell’abuso da parte di ecclesiastici all’interno di seminari e parrocchie. L’evidente atrocità del tema è resa ancor più sconvolgente dal fatto che sia la voce delle stesse vittime a raccontare le violenze; al tempo stesso il testo è sostenuto anche da una componente didascalica data dalla narrazione dei fatti conseguenti alle denunce e dalla lettura di estratti dagli atti giuridici.

Il lavoro si basa sull’analisi di alcuni casi emblematici: quello di Padre Maciel Degollado, fondatore de I Legionari di Cristo, i casi italiani conclamati, lo scioccante Rapporto Ferns, già lo spunto per il noto documentario Sex Crimes and the Vatican.  Dalle voci delle vittime emerge la variegata gamma di dolorosi ed indelebili sentimenti scaturiti dagli abusi subiti: vergogna, paura, alienazione dal conforto spirituale di una confessione religiosa, plagio delle coscienze, negazione di una vita adulta emotivamente libera.

Di contro, dalla parte ecclesiastica emergono per lo più personalità disturbate dalle forzature richieste dal ruolo, di fatto autori di reiterati ed aberranti abusi di potere e manipolazione delle coscienze e, accanto alla loro, lo spaventoso muro di omertà ed ipocrisie: l’altra ed altrettanto grave colpevolezza di una Chiesa che pur di coprire gli scandali al proprio interno e conservare il potere non esita a produrre innumerevoli vittime sacrificali minorenni.

L’equilibrio fra le due componenti è reso possibile dalla lucida e misurata interpretazione degli attori, che da un punto di vista emotivo riesce ad essere toccante senza cadere nel pietismo, mentre da un punto di vista concettuale contribuisce a mantenere desta l’attenzione dello spettatore sull’altra faccia delle violenze, altrettanto inquietante: la sistematica copertura degli scandali da parte della Chiesa Cattolica, e la sostanziale impunità dei preti predatori.

Uno spettacolo coraggioso, che strappa il velo su un argomento delicato e lacerante, mai troppo dibattuto a livello sociale, soprattutto in Italia; un testo di indiscutibile valore etico, che sa mostrare in modo oggettivo ed equilibrato fatti e testimonianze lasciando al pubblico il pesante onere di un giudizio.

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categoria:teatro
giovedì, 12 novembre 2009
Sastri-De Filippo3-light“I figli so’ figli!” . Si apre e si chiude così, emblematicamente, lo splendido lavoro di Eduardo che ha come protagonista centrale, eccezionalmente, una figura femminile. Espressamente scritto per la sorella Titina nel 1946, i testo prende spunto da un tema sociale all’epoca in fase di dibattito presso l'Assemblea Costituente: il diritto-dovere di riconoscimento dei figli illeggittimi.

L’opera è costruita ll’interno di un quadro socio-culturale molto ben definito, la Napoli dei “bassi”, trasudanti miseria e dignità, in contrapposizione alla città “bene”, che spensieratamente e a tratti inconsapevolmente sfrutta ed umilia lo stuolo di poveri concittadini. Ma in gioco vengono messi sentimenti fondamentali, la cui universalità finirà per travolgere tutti i personaggi in causa.

L’istinto materno è infatti la sola molla che fa ribellare Filumena dopo anni di silenziosa sottomissione, inducendola all’inganno che è la sola via per assicurare un nome ai tre figli illegittimi generati di nascosto da tutti.
Specularmene, la paternità sarà alla fine la sola spinta in grado di condurre Domenico Soriano all’altare ad al riconoscimento dei tre ragazzi, pur sapendo che solo uno è il suo vero figlio.

Il dramma secondo i cannoni del teatro Eduardiano si consuma fra acuta ironia e profonde riflessioni esistenziali grazie soprattutto al mirabile utilizzo di una lingua che è al tempo stesso evocativa, metaforica, descrittiva e profondamente filosofica. Intelligente e lucida, a dispetto dell’analfabetismo e delle umili origini, Filumena ha ben chiari il suo scopo e le sue scelte e si dimostra un’acuta conoscitrice del genere umano, o almeno dell’uomo che è al suo fianco da venticinque anni e che invece sembra non essersi reso conto di nulla.

Filumena è un personaggio molto forte per l’Italia degli anni quaranta: prostituta, esclusa dalla società, donna venale e corrotta che ha l’ardire di parlare con la Madonna e di “incastrare” un ricco e potente signorotto. Eppure da subito traspare un animo disperatamente coraggioso che in qualche modo, malgrado tutto, è innegabilmente dalla parte della ragione. Dall’altra parte Don Mimì è una sorta di tronfio fantoccio, troppo preso da se stesso e dalla propria arroganza per rendersi conto di quante umiliazioni infligge alla compagna di una vita. E solo nel momento in cui entrano in gioco i figli i loro  ruoli trovano un senso oggettivo che entrambi sono costretti ad accettare. Filumena lo fa nel corso degli anni, scegliendo di farli nascere, Domenico è costretto a farlo su finale dell’opera, riconoscendo loro il nome di Soriano.

Nel finale commovente e catartico, l’incapacità di piangere che le viene rimproverata come mancanza di cuore, demonicità quasi, si delinea invece come sintomo di eterna negazione – e si scioglie, quando, sistemati i figli, trova finalmente il proprio posto nella società e nella famiglia. Solo allora può concedersi il lusso più esclusivo: quello di lasciarsi andare al sincero pianto liberatorio per una felicità compiuta.

La regia d’eccezione di Francesco Rosi porta in scena attori magistrali, a partire dai due protagonisti, Lina Sastri e Luca De Filippo, ineccepibili portavoce della lunga tradizione di rappresentazioni, che ha visto nel tempo avvicendarsi nei loro ruoli i principali esponenti della tradizione teatrale italiana. Accanto a loro un coro di personaggi secondari tutti assolutamente in parte e una scena bella ed efficace, austero interno d’epoca, reso secondo sintetici ed eleganti canoni moderni.

CURIOSITA'
Presentata per la prima volta al Politeama di Napoli il 7 novembre 1946, Filumena Marturano è, delle commedie di Eduardo, la più rappresentata in tutto il mondo. Accanto ad Eduardo l’opera è stata infatti portata in scena da Titina quindi da Regina Bianchi e Pupella Maggio, dopo di loro si sono avvicendati stuoli di illustri nomi italiani ed esteri, oltre alla famosa interpretazione cinematografica diretta da Vittorio De Sica con Sofia Loren e Marcello Mastroianni.

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categoria:teatro
mercoledì, 11 novembre 2009
catsNel 1939 il letterato americano T.S.Eliot, successivamente premio Nobel nel 1948, pubbica un libretto dal curioso titolo: Old Possum’s book of practical cats. Sorprendentemente, a latere della sua ponderosa produzione di saggistica e poesia, questa piccola deliziosa opera è destinata ad una fama mondiale. Si tratta di una lunga e sciolta filastrocca in versi, che descrive caratteri e figure di una comunità di gatti. Una sorta di “nonsense filosofico” sulla felinità, scritto con spirito decisamente anglosassone e con un ritmo giocosamente sinuoso perfettamente in sintonia con il tema.

Il musical trattone da Andrew Lloyd Webber nel 1981 detiene numeri da record: rimasto in scena per ben ventun anni nella storica sede londinese e per diciotto a Broadway, è stato rappresentato in dieci lingue e portato in scena in 26 paesi. Per la prima volta quest’anno viene tradotto in italiano e presentato dalla Compagnia della Rancia, con la regia di Saverio Marconi, la regia associata e le coreografie inedite di Daniel Ezralow e le musiche affidate a un’orchestra dal vivo di 16 elementi.

Una produzione sostanzialmente fedele all’originale, con qualche notevole innovazione scenografica ad opera di Gabriele Moreschi, come il teatro delle ombre utilizzato per raccontare le imprese di Gattigre. Anche questa edizione si avvale di trucchi e costumi elaborati e particolarmente apprezzabili, nonchè di interpreti di ottimo livello capaci di inarrestaibilmente agili evoluzioni durante le oltre due ore di spettacolo.

I venticinque jellicle cats infatti, come tutti i felini che si rispettino, balzano, saltano, ballano, lottano, schizzano, si gettano con slancio – tra un sonnellino e l’altro, si intende. E mentre "nel silenzio sospeso tra sogno e realtà" prende vita questa variopinta celebrazione gattesca di "mistica divinità, impavida felinità", l’impegno richiesto a dei semplici umani per interpretare questi essere magicamente superiori dal nome “ineffabile, effabile, effineffabile” non è certo indifferente.

Secondo la partitura originale di Webber, ciascun personaggio presenta la propria storia accompagnato dal un diverso tema musicale: Mangojerrie e Zampalesta, combinaguai che agiscono sempre in coppia; la vecchia star del palcoscenico Asparagus, il pirata Gattigre, il malvagio Macavity, che rapisce Old Deuteronomy, il magico Mister Mistoffelees, che avrà il compito di ritrovarlo e i molti altri del gruppo.

La lingua italiana comporta qualche inevitabile rallentamento nella musicalità dei brani, ma in compenso rende accessibili anche agli spettatori più giovani il senso ed il carattere dei personaggi. E l’operazione ha il pregio di consolidare anche in Italia una tradizione teatrale che tradizionalmente non ci appartiene ma che nell’ultimo decennio si sta dignitosamente evolvendo.

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categoria:musica, teatro
martedì, 10 novembre 2009
marco_paolini_mercanti_di_liquoreRECENSIONE
Una prefazione aneddotica sulla prima tournée dell’attore “oltre cortina” a metà anni ottanta, curiose e farraginose complicazioni nel varcare una frontiera verso l’altro mondo. Poi, nell’ ’89, il crollo del muro e la moltitudine di berlinesi dell’Est che si riversa nella zona Ovest della città: attraversato il muro, i tedeschi dell’Ovest chiariscono che occorre un marco per passare. "A cosa serve? A prendere il carrello della spesa. E come si paga la spesa? Si paga dopo. Molto dopo. Si chiama credito – E che cos’è? Un debito! E così non fu la democrazia a passare, ma il mercato..."

Nei vent’anni a seguire…. riflessione ad alta voce sull’influenza che le regole di mercato esercitano sul nostro modo di immaginare il futuro, su come la politica e l’economia hanno dettato il nostro stile di vita negli ultimi vent’anni
I miserabili del titolo sono quelli di Victor Hugo, che vivono in una condizione priva di speranza in cui le aberrazioni sono cosa normale – sono gli abitanti di un’Italia malata di vecchiezza mentale, non anagrafica. La miseria è quella cosa che fa pensare di non poter cambiare, che scambia la capacità di sognare con il realismo.

Racconto sincopato in forma di ballata, con il sorriso sulle labbra e l’amarezza nel cuore; si svolge sulle musiche originali dei Mercanti di liquore, citazioni da Gaber e sul tracciato delle parole di Margaret Thatcher, che hanno segnato il cammino delle grandi politiche degli ultimi vent’anni.
La bocca di Jeanne Moreau e gli occhi di Caligola, oltre al ben noto pugno di ferro: dopo di lei la politica non esiste più, resta solo l’economia, come in un grande gioco del Monopoli in cui sia stato eliminato il regolamento e si proceda secondo un’unica parola d’ordine: deregulation.

Lo spettacolo racconta la lenta metamorfosi di un Paese percepibile da strani sintomi, come le fabbriche che chiudono mentre aprono i solarium, lasciando un panorama di molti disoccupati abbronzati. O ancora la nascita delle agenzie di lavoro interinali, che somministrano lavoro – rigorosamente a termine -  creando un esercito mobile di perenni semidisoccupati, che prima si chiamano lavoratori interinali e nel corso del tempo mutano la propria condizione in transizione di carriera, esubero e ricerca di nuova occupazione.

Metamorofosi che ha molte cause, una su tutte la creazione del walkman e con esso di uno stuolo di persone con le orecchie chiuse dalle cuffie, che non hanno potuto più ascoltare le affermazioni della Thatcher: “Privatization is on the move – la privatizzazione è in corsa”.
Insomma, l’egotismo distoglie l’attenzione dalla società e dalla direzione che essa prende… e mentre gli individui sprofondano fra i chip informatici il mondo intorno inizia una lenta deriva.

Dando origine ad una società che non è in grado di formulare idee proprie, né quindi di confrontarsi sui temi importanti sulla base di una condivisione di logica e dialettica. I principi della termodinamica trasposti in riferimento alle dinamiche sociali per spiegarne l’inarrestabile, confuso cammino verso un’entropia assoluta. Ovvero una trasformazione irreversibile di aspetti di vitale importanza: “libertà, parola grossa. Il tempo è denaro, ma non è reversibile: il denaro non è tempo.”

Rigoroso affabulatore, Paolini presenta ancora una volta un testo politico, ma solo nei limiti in cui parlare di economia e società ha per forza di cose a che fare con temi politici, avulsi da polemiche partitiche e permeati di coscienza sociale, nell’intento di spiegare l’economia globale e le sue conseguenze sociali con un sorriso iperbolico: “Simbolo di questa era è quella carta che ci apre le porte di quel mondo di debiti che è il credito.”

Un teatro di forte tratto linguistico e corporeità, che ha scelto di portare avanti un impegno su fronti tematici di profonda attualità, traendo vantaggio dall’effetto dei primi piani e dal ritmo del montaggio e beneficiando intelligentemente dell’ampia eco che solo la televisione può dare.

CURIOSITA'
Un allestimento singolare, fra le lamiere dei container del molo di Taranto, in una zona doganale, sospesa oltre frontiera, verso l’oriente: è lo spazio scelto per uno spettacolo che racconta i venti anni di cambiamenti sociali ed economici dalla caduta del muro di Berlino. Lo spettacolo è stato trasmesso in diretta nazionale su La7 il 2 novembre 2009, in occasione dell'anniversario.

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categoria:teatro
giovedì, 05 novembre 2009
LiberaNoswebSuggestioni teatrali dall’omonimo romanzo di Luigi Meneghello, autore vicentino dalla prosa fortemente evocativa

Ciò che colpisce in prima istanza è il linguaggio: dissacratorio e spiazzante, di incredibile potenza evocativa, litania dialettale che sostiene un idioma originale e fluente, di forte impatto emotivo. I contenuti seguono, portati letteralmente in scena dalla sonorità e dal ritmo della prosa, in perfetto equilibrio fra la serietà dei temi e l’ironia dell’esposizione. Il risultato è una cifra stilistica inconfondibile, che permette di raccontare la drammaticità della condizione umana col sorriso sulle labbra.

Libera nos a malo, verso del pater noster ma anche espresso riferimento al paese natale dell’autore, è un dichiarato tentativo di ritornare alle origini, ripercorrere il tempo dell’infanzia, il mondo scolastico, i giochi dell’epoca, i primi turbamenti sessuali. La vivace scrittura di Meneghello, assonante, ritmata e concretamente legata ai significati come solo un dialetto può essere, evoca i molti volti di Malo, i tempi rallentati ed i rumori della vita paesana, l’immaginario collettivo di un microcosmo, quello delle atmosfere perdute del piccolo borgo: un’Italia fatta di sapori e umori ormai passati e abitata da esilaranti e talvolta tragici personaggi.

La regia di Gabriele Vacis, presente in scena come voce narrante, è intelligentemente giocata sulle sonorità, tanto da orchestrare alcuni passaggi come veri e propri duetti, canto e controcanto ottimamente condotti dai due interpreti d’eccezione: Natalino Balasso e Mirko Artuso. Lo sguardo alla realtà dell’infanzia, ad un “mondo prima che scomparissero le lucciole” dipinge un affresco ironico e delicatamente poetico della vita paesana che scorre cullata dalle voci di bambini, nonni, zii, matti, professori… i protagonisti antichi di temi universali: il catechismo, la sessualità, la morte, la follia.

Solo la lontananza da questo piccolo mondo permette a fatti, oggetti e figure che lo hanno popolato di acquistare consistenza e senso. Perché riappropriarsi dell’infanzia aiuta a comprendere meglio il senso della vita e la lingua è il solo strumento che permette di osservare e decodificare questo universo.

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categoria:teatro
mercoledì, 21 ottobre 2009

“Un giorno senza un sorriso è un giorno perso” Charlie Chaplin

Clown a tutti gli effetti, mimica e sonorità incluse, ma senza quella malinconia struggente che caratterizza i più, Prilla vive la vita in modo euforico, senza scoraggiarsi mai e con la vivacità gioiosa che solo le anime pure possono avere.

Uno spettacolo divertente e tenero, assolutamente adatto ai giovani e anche ai giovanissimi, con un allestimento di mondo da cartone animato, pieno di colori, rumori e suoni onomatopeici. Prilla sa coinvolgere il pubblico facendolo precipitare nel suo universo assurdo, fantastico e magicamente folle. La sua mimica espressiva e multiforme segna cambi di umore costanti, vira dall’elettrica eccitazione all’attivismo ipercinetico, si catapulta in situazioni nonsense per poi uscirne saltellante e soddisfatta. Invariabilmente.

Accanto a lei – si fa per dire – una moltitudine di personaggi che l’instancabile Pietra Fumarola fa comparire e scomparire con sorprendente rapidità, dalla mamma in ciabatte e bigodino al gatto Oscar. Prilla è, insomma, la joie de vivre fatta persona – o meglio clown….

CURIOSITA': Il regista, Gaston Troiano, gestisce un laboratorio di clown circense e teatrale presso il Teatro di Documenti di Roma. Diplomato all’Accademia di Arte Drammatica di Buenos Aires, ha una esperienza ampia e diversificata nel campo: educazione interculturale, di teatro di strada, clownterapia, con comunità Aynara in Latinoamerica e con gruppi zingari in Spagna e Italia.

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giovedì, 08 ottobre 2009
cyranoCollocato al di fuori delle caratterizzazioni ridondanti del testo originale, sfrondato di molti personaggi di contorno, libero dai vincoli temporali settecenteschi, questo Cyrano è uomo di pensiero e non più di cappa e spada. E’ un antieroe romantico che avanza nel mondo a ritmo di un verseggiare in rima tanto poetico quanto ironico, che raggiunge profondità filosofiche ma si libra nell’aria con la soave leggerezza di una farfalla.

La rivisitazione nasce dalla proficua collaborazione fra il regista, Daniele Abbado, e l’interprete, Massimo Popolizio, che tracciano questa illuminata versione di uno fra i testi teatrali più belli e complessi attraverso una sintesi dell’opera, mantenendone la meravigliosa struttura in versi. Estrapolato dal contesto d’epoca, calato in discreti abiti vagamente fin de siécle, il personaggio assume una fisionomia che ben si fonde con la sua poetica. E’ un pellegrino che percorre l’esistenza con discrezione, malinconico come un clown ed agile come funambolo, che attraversa la vita giocherellando con la filosofia e l’amore, nutrendosi di poesia e sentimenti ma senza mai veramente abbandonarsi ad essi.

Cyrano non è mai vittima delle circostanze, ma sceglie in prima persona il proprio destino, potrebbe in qualsiasi momento avventurarsi incontro all’amata, ma decide invece di assecondare il destino altrui, scansandosi per lasciar passare chi ha il phisique du role e vivendo la vita dietro le quinte. “Perché?” chiederà Rossana alla fine, messa davanti alla confessione in extremis. Perché Cyrano vive in un’altra dimensione, quella dei propri versi ed aneliti poetici, vive in una realtà che è in effetti piena dell’amore che prova e che professa attraverso Cristiano, nutrendosi di versi, prosa e filosofici progetti “per violare l’azzurro”.

La scena è semplice, essenziale e raffinatamente monocromatica; lascia ampio spazio ai movimenti scenici dei ben sedici attori che sostengono degnamente un Popolizio in stato di grazia, acrobata verbale, giocoliere di parole saltate con destrezza su accenti e sfumature dialettali, equilibrista di  rime azzardate, ardenti, delicate e tenerissime. Un lavoro che mette in luce l’anima di un grande personaggio il cui maggior merito è forse quello di aver saputo cogliere l’essenza stessa dell’amore, perché “dal pianto al bacio non c’è che un brivido”.

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categoria:teatro
giovedì, 08 ottobre 2009
festafamh_mediumFESTA DI FAMIGLIA

Trama
Una madre ed una figlia quarantenne si affrontano quotidianamente in modo aspro e carico di risentimenti, oscurato da sinistre ombre di un lontano passato.

Una moglie subisce l’incombere del marito despota e violento che la annienta giorno dopo giorno.
Una coppia vive sulla precarietà di un rapporto altalenante, squilibrato ed apparentemente privo di direzione.
Le tensioni procedono fra momenti di picco e brevi spazi di respiro, grazie anche ad un commento canoro ben modulato e che a tratti riesce a far sorridere.

Recensione
Affermare che Pirandello sia un autore dalle tematiche fortemente attuali è pleonastico, portare in scena una sintesi della sua poetica in chiave linguistica e scenica assolutamente contemporanea è invece operazione piuttosto poco frequente. Farlo riuscendo a mantenere una visione omnicomprensiva e sapientemente fedele dell’universo pirandelliano è opera di rara maestria.


Il progetto è ambizioso oltre che oneroso: comporta la profonda ed accurata selezione di personaggi, storie e discorsi del grande autore siciliano, attuata scomponendo e ricostruendo con i loro frammenti una storia universale ed attualissima sul tema delle violenze familiari.

I personaggi di La famiglia sono sei: una madre, tre sorelle ed i mariti di due di esse. Fra di loro vivono segreti e tensioni che li avvicinano e allo stesso tempo li mettono reciprocamente in rotta di collisione, ciascuno inesorabilmente chiuso nel limite del proprio punto di vista, annaspando alla cieca ricerca di ascolto, comprensione, condivisione, i rapporti governati da incomprensioni, morbosità, violenze.

Quelle che inizialmente appaiono come tre storie distinte, si intersecano via via sul piano verbale e spaziale sino a fondersi rivelando un unico schema familiare, costruito su un terreno irto di vecchie asperità e sempre nuove insidie. Le tensioni fra le tre coppie in scena si svolgono simultaneamente su livelli diversi, mentre frasi ed oggetti coesistono ed echeggiano fra l’uno e l’altro e la scena, costituita di pochi e semplici elementi, viene devastata e rassettata di pari passo con l’altalena emotiva delle relazioni.

La chiave di lettura è fortemente drammatica, ma il testo, scritto a quattro mani dalle Mitipretese, che sono anche attrici e registe, avvalendosi della collaborazione di Camilleri, riesce a cogliere anche gli aspetti tragicomici delle vicende e la messa in scena sa abilmente deviare i momenti di maggior pathos verso una direzione paradossale, spezzando la tensione con intermezzi corali magistralmente eseguiti.

Un lavoro ottimamente riuscito, che trae beneficio dalla indiscutibile perizia di tutti gli interpreti, capaci di passare con disinvolta naturalezza dal dramma alla comicità, di articolare cori melodiosi e di virare improvvisamente l’attenzione verso il pubblico, coinvolgendolo e rompendo la finzione per brevi excursus nel reale. Le scelte drammaturgiche e registiche risultano invariabilmente efficaci, oltre che originali, mentre le tematiche pirandelliane emergono distintamente, chiare e leggibili attraverso questo taglio di forte contemporaneità.
Uno spettacolo da non perdere assolutamente.


Curiostà

Il lavoro si inserisce nel progetto Difendersi dalla violenza – un percorso d’arte e di autocoscienza, ideato e coordinato da Marica Stocchi e Mitipretese, che prevede altri spettacoli ed incontri in collaborazione con il Teatro di Roma
laura@teatrodiroma.net
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categoria:teatro
lunedì, 28 settembre 2009
CORRADO_GUZZANTIAssiso su un trono al centro del palco, è il ministro <i>Tvemonti</i> ad aprire lo spettacolo, intervistato dalla voce fuori campo di <b>Caterina Guzzanti</b>. Difende con logiche disarmanti la politica dell’attuale governo, entrando subito nel vivo della tematica: l’analisi sociopolitica dell’attuale contesto nazionale. E’ chiaro fin dalle prime battute - che si susseguono senza soluzione di continuità - quanto poco in effetti ci sia da ridere… prima di lasciarsi andare ad ogni (meritatissimo) applauso il pubblico ha sempre un attimo di sgomenta esitazione: è continuamente spiazzato dalla cruda descrizione di una situazione generale tragicamente priva di speranze.

Un testo irresistibilmente ironico nella forma e disperatamente realistico nei contenuti, nel quale viene descritto come gli Italiani siano ogni giorno spudoratamente turlupinati da ministri e prelati di ogni livello. A far da moderatore tra gli interventi dei vari personaggi il <b>Corrado Guzzanti</b> “vero”, che a fronte dei loro sproloqui propone considerazioni piuttosto <i>sui generis</i>, come l’esortazione a valutare bene un presidente del consiglio che, è vero, non risponde a dieci domande, è però capace di fornire dieci risposte diverse ad un’unica domanda… “vorrà pur dire qualcosa, no?!”

Un’acuta satira giocata senza peli sulla lingua, ma sempre sull’intelligenza e mai sull’astio, capace di cogliere e sottolineare tutti i dettagli di una classe politica piena di nuove contraddizioni e vecchie tare, in cui i leader di ogni fazione mancano di serietà e lungimiranza, quando non di onestà intellettuale o peggio ancora. Nel mirino, fra gli altri,  la Gelmini, Di Pietro e Bertinotti, i cui profili vengono analizzati con smaliziato senso del comico e riproposti in una versione tanto grottesca quanto decisamente fedele all’originale. Accanto ai due Guzzanti anche il validissimo <b>Marco Marzocca</b>, che, nei panni di Padre Federico, incarna la visione retorica e paternalistica di una chiesa ostinatamente “in buona fede”.

Come viene giustamente osservato nel testo stesso dello spettacolo, non è lasciata molta speranza ai giovani, dal momento che le considerazioni dell’autore radono impietosamente al suolo il presente, il futuro e persino l’aldilà: insomma, lo spettacolo sarebbe davvero comico, se solo ci si potesse esimere da un cosmico sconforto…!


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categoria:teatro
domenica, 26 luglio 2009
thumbnailerI grandi testi, scritti da grandi autori, ci fanno riflettere sulle nostre vite, su scelte, emozioni e ragioni; i grandi registi ci permettono di leggere con i nostri occhi, con la nostra mente, quei grandi capolavori, ponendoceli davanti in maniera discreta, in modo tale da invitare alla riflessione, senza imporre alcun punto di vista.

La regia di Toni Servillo della Trilogia della Villeggiatura di Goldoni va dunque considerata un capolavoro quanto il testo stesso. Le tre parti si susseguono come i colori di un giorno, raccontando i cambiamenti degli animi come quelli della luce di un’alba che arriva a essere sole pieno per finire in un tramonto. La sua regia da modo di scoprire i dubbi dell’animo di Giacinta, di soffrire delle scelte forzate o meno dei personaggi principali e di rimanere con un pugno nello stomaco alla fine, quando sull’abbraccio quasi robotizzato di Giacinta al futuro marito che ella non ama, ma che sposa ugualmente, le luci – ora fredde e spietate – si chiudono in un colpo solo, quasi fosse la lama di una ghigliottina.

Questa regia ci offre l’opportunita’ di rileggere Goldoni, di ricordarci quale immenso scrittore sia, quanto sia realmente attuale e quanto in lui ci sia degli scrittori del passato e di quelli a venire. Il discorso della ragione contro il cuore di  Giacinta ci ha riportato a quello della corda pazza e corda della ragione di Ciampa ne “Il berretto a sonagli” di Pirandello. Immagini fra la prima e la seconda parte risuonano di certe stilizzazioni zen –usiamo il termine semplificando al massimo – presenti in Strehler, ad esempio nella messa in scena del “Re Lear” con Tino Buazzelli. Insomma, la storia degli uomini – il coraggio delle scelte, di fare ciò che sembra giusto al cuore e non seguendo una finta ragione fin troppo codarda – legata alla storia del teatro, del pensiero, dell’introspezione.

In questi giorni, Toni Servillo ha avuto modo di raccontare il suo incontro con Goldoni, il suo amore per il teatro e l’importanza di un testo come la Trilogia. Lo abbiamo seguito quando ha incontrato i partecipanti al Directors’ Lab del Lincoln Center, quando ha parlato ai giornalisti e quando ha dialogato con il pubblico dell’Istituto Italiano di Cultura a New York. Quello che ha detto ha secondo noi un significato profondo, soprattutto in un’epoca in cui sembra che certi discorsi, certe parole, certe emozioni siano non solo fuori moda, ma persino imbarazzanti. Per questo motivo riportiamo, in maniera quasi letterale, i suoi pensieri, convinti che faranno bene a molti.

Parlando di teatro: “Il teatro ha ancora lo scandalo della presenza viva, del corpo. Della possibilità di poter condividere in diretta pensieri e emozioni in una sala con gli spettatori. Io ho scoperto il teatro vedendo una compagnia russa da ragazzino a Napoli, recitavano “I Bassifondi” di Gorky; non capivo esattamente quello che dicevano, ma rimasi incantato dal loro modo di stare insieme, di mangiare, di innamorarsi, di odiare, di seguire le ambizioni, di interpretare il destino. E questo e’ quello che il teatro racconta. Questa è la sua grande potenza antropologica che fa sì che l’uno si interessi all’altro. Questo testo poi (la Trilogia della Villeggiatura, ndr.), che in America e’ probabilmente rappresentato per la prima volta, e’ da considerare fra i grandi capolavori di Goldoni. Goldoni forse e’ pensato ancora semplicemente il riformatore della Commedia dell’Arte, invece e’ l’autore di grandi capolavori che si iscrivono in una cultura più generale del Settecento, capaci di offrire un ritratto spietato e lucido della borghesia del suo tempo che corrisponde molto alla borghesia attuale, italiana e non solo. Al fondo di questo capolavoro goldoniano esiste un messaggio transnazionale e transepocale, vale a dire vivere al di sopra delle proprie possibilità non solo economiche, ma anche intellettuali e morali rappresenta una catastrofe. Rappresenta qualche cosa che porta una comunità alla deriva. A New York ho notato che, a differenza di una certa acriticita’ diffusa in Italia nel fare i conti con le responsabilità della propria storia, il pubblico ponesse molta attenzione a tutte le punteggiature che Goldoni metteva riguardo a ciò che una crisi impellente di carattere economico portasse come compromesso alle scelte di vita di questi personaggi. Grazie al testo e al nostro impegno nel recitarlo, credo si possano superare i confini nazionali: il teatro ritorna alla condizione naturale di anonima bellezza, cioè il teatro s’incontra quando succede qualcosa fra due comunità, che condividono in un’assemblea fatta dagli attori e dal pubblico un pensiero, un’emozione e si va a casa con il cuore un po’ più caldo e con il cervello un po’ più in attività.”

Su “La Trilogia della Villeggiatura”: “La Trilogia è un capolavoro di architettura drammaturgica, nel senso che sono tre testi, che l’autore ha scritto separati, ma con la speranza che venissero rappresentati tutti e tre in un’unica serata. E’ una di quelle occasioni in cui il teatro si distende in un tempo che ha del romanzesco e quindi come accade nei romanzi, si conoscono i personaggi in un certo modo, sotto i nostri occhi cambiano attraverso le vicende che accadono e si congedano da noi completamente diversi da come li abbiamo conosciuti. Il primo a mettere in scena questi tre testi fu Giorgio Strehler con il Piccolo teatro di Milano; le cronache del tempo raccontano che lui aveva dato una visione cecoviana di questo testo, come voler significare un cambiamento epocale, che avveniva nella trasformazione di questa borghesia, e in cui Giacinta era dipinta come vittima di questo cambiamento. Nella nostra edizione, forse più cinica e meno malinconica, diamo una lettura di Giacinta come un personaggio corresponsabile del suo destino, che non e’ capace di affrontare un cambiamento che pure la vita gli offre, ma si accomoda nelle secche dell’atteggiamento convenzionale che la sua classe di appartenenza le impone e alla quale lei per ignavia intellettuale, emotiva, spirituale non riesce ad opporsi. Un finale in minore, quindi, che secondo me oggi racconta drammaticamente qualche cosa che riconosciamo più evidente nell’empasse di certe generazioni che si affacciano e che devono affrontare la vita. La protagonista si trova nel corso della sua vita davanti alla possibilità offertale dal destino di cambiamento, ma questo rinnovamento impone scelte coraggiose e soprattutto un forte dissidio fra ragione e sentimenti; lei non impugna con coraggio questa possibilità di cambiamento e affida a qualcun altro, nel nostro caso ad un tutore, un padre, la possibilità che apparentemente le cose cambino perché sostanzialmente restino sempre le stesse. Questa credo sia la nota profondamente malinconica che in una atmosfera invece di estrema leggerezza di eloquio, di tessitura linguistica, di atmosfera tipicamente goldoniane lo fanno secondo più vicino a Mozart, che non a Checkov.”

Su Goldoni e non su Servillo: “Io insisto a parlare di Goldoni e non di me, perché trovo che Goldoni abbia dato alla cultura italiana molto più di quanto abbia fatto io. Ci troviamo davanti a geni come Goldoni o come Mozart e continuo a citare Mozart perché i due si conoscevano molto bene. Nelle rispettive biblioteche sono stati trovati testi dell’uno e dell’altro e non bisogna dimenticare che, nella sua infinita produzione, Goldoni ha scritto più libretti d’opera che teatro. In Goldoni come in Mozart c’è uno sguardo dall’alto, che non prende parte, come qualche cosa di divino. Anche ne “Le Nozze di Figaro” non sappiamo da che parte stare. Alle volte pensiamo che la vita sarebbe bella vissuta come Susanna, qualche volta rimpiangiamo di non essere stati Cherubino tutta la vita, qualche volta ci arrabbiamo come il Conte, qualche volta viviamo le malinconie come la Contessa. Mozart li mette tutti insieme in un boschetto alla fine e li confonde, confonde le fisionomie dell’ uno con l’altro in questo chiaroscuro che ci rende indistinti e fa finire l’opera con un corale citato con estrema chiarezza dalla  musica sacra, perché rimette tutto nelle mani di qualche cosa che ci rende limitati in quanto uomini e ci fa pensare alla nostra vita come a qualche cosa di misterioso. Questa è la ragione per cui i geni come Goldoni sanno guardare nella profondità della comicità quanto c’è di tragico. Questa è la grandezza dei grandi comici, come Goldoni, Molière, Marivaux che sapevano offrire l’altra faccia della medaglia, saper far guardare la gravità nella leggerezza, la leggerezza nella gravità.”

di Laura Caparrotti
pubblicato su "America Oggi"

postato da: dcodonesu alle ore 18:24 | Permalink | commenti
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